I’ve been called a lot of things, but never funny
Gran Torino è un film che chiude un cerchio, non so cosa possa aprire ma chiude buonissima parte della carriera di Clint Eastwood, almeno quella che fa riferimento all’uomo Eastwood.
Può sembrare settaria come affermazione ma nell’enorme fimografia dell’Eastwood autore è facilmente contraddistinguibile un filo narrativo per cui il regista si è ritagliato un ruolo da protagonista (o da protagonista in seconda battuta) in cui condurre la propria storia, il proprio iter narrativo, l’uomo stesso che sostanzialmente diventa carta scritta.
Da coraggio fatti ammazzare, a un mondo perfetto, gli spietati, passando per Million Dollar Baby e finendo con Gran Torino, Eastwood quadra il cerchio di un uomo con fermi in testa i valori che lo hanno portato fino a quel punto, voglioso o meno di condividerli rimangono punti a cui per primo lui fa riferimento (tracce che pesano come macigni) e con cui il mondo stesso (perfetto o meno) si ritrova a farci i conti.
Gran Torino nel suo stile rigorosissimo fatto di volti e poco, pochissimo altro, è un film che prescinde da locations e ritmo, è un film che ha un suo valore in Eastwood che comprime in un personaggio solo Callaghan, Bill Munny de gli Spietati, Frankie Dunn di quello che ad oggi rimane il suo (per me) capolavoro che è The million dollar baby, una summa che ora vive nelle rughe di un quasi ottantenne solitario più per scelta che per conseguenze, prosciugato e quasi eremita in una città e in una società in cui stenta a riconoscersi, tanto per la famiglia quanto per il vicinato.

Da lì la risalita, verso la redenzione di un uomo che prima faceva paura più per lo sguardo e per come impugnava una 44 magnum e ora la fa semplicemente ringhiando o alzando il pollice come se fosse il cane di una pistola. Un uomo che trova la maniera migliore per salvare sè stesso e di conseguenza la sua memoria lasciando “valori” e rinunciando ad altri che lo hanno consumato. Da qui le due “confessioni” una attraverso la grata di una chiesa, l’altra attraverso la grata di una porta di un sottoscala in cui ad una quasi ingenuità (i peccati confessati al prete sono una delle cose più commoventi che io ricordi) a i peccati veri, confessati ad un ragazzino in cerca di vendetta, più per salvarlo che per levarsi un peso dalla coscienza prima di andare incontro alla propria di pace.
E’ in quel momento che negli occhi di Eastwood ci sono Callaghan, Munny (it’s a hell of a thing to kill a man) e Dunn che gira le spalle e non torna più. E’ in quel momento che il cinema di Eastwood che fino a quel momento si era caricato come un orologio meccanico esplode in tutto il suo aspetto emozionale.
Ed è lì che si tira giù una linea tra tutto quello che viene raccontato e tutto quello che viene vissuto. Il punto in cui il cinema diventa immortale, come Callaghan, Munny, Dunn e Walt Kowalski
You can keep the Gran Torino, on the condition you don’t chop-top the roof like one of those beaners, don’t paint any idiotic flames on it like some white trash hillbilly, and don’t put a gay spoiler on the rear end like you see on all of the other zipperheads’ cars, it just looks like hell.
eazye ha detto:
visto ieri. questo post merita un DITTO grande come una casa.
Anonimo ha detto:
Non sai mai uno come Clint può riversarti la prossima volta. Potremmo sorprenderci ancora della sua maschera/mente da cattivo.
Pauura.
Per me il cerchio non è ancora chiuso, ha ancora qualcosa da dire a suo modo… poi vabbè se schiatta oggi (toccatina ai coj.) allora possiamo dire che ha finito da queste parti.
V for Vence
Anonimo ha detto:
Riservarti/riversarti l’è istess.
giorgiop ha detto:
ovvviamente intendevo chiude un ciclo nella speranza che ne apra un altro eh