All’inizio della primavera, prima che la mia vita diventasse una successione di scadenze, compiti da correggere, e appuntamenti con la legge, avevo promesso a GiorgioP una serie di post su un tema a me caro: il giuoco del baseball. La serie si sarebbe chiamata Take Me Out to the Ball Game, come la canzone che si canta negli stadi Americani durante il 7th inning stretch. (Qui se volete ce n’è una versione *ad alto tasso alcolico* di Eddie Vedder che è un fan dei Chicago Cubs, ma a me piace tanto quella di Gene Kelly e Frank Sinatra.) In qualche breve ma simpaticissimo post vi avrei spiegato come semplicemente guardando Major League in media due volte alla settimana all’età di dieci anni, e leggendo i fumetti dei Penauts (ma lo sapevate voi che il Charlie Brown che diede il suo nome al bambino con la testa rotonda di Schulz era un lanciatore per i Cleveland Spiders con una media di 7.77 nel 1897?), si può arrivare ad amare il baseball, prima dall’Italia (dove di baseball se ne vede poco) e poi dall’Inghilterra (dove se ne vede ancora meno, perché il baseball è “the bastard son of our own, much superior and more cerebral game of cricket“).

Eli Roth is a batter

Eli Roth is a batter

Ok, confesso, io del baseball non sono un’esperta ma una fangirl. Visto che soffro di dislessia numerica, non capisco praticamente niente delle statistiche che sono il cuore della stagione, la media di battute, di corse e di innings guadagnati. E poi alla fine le cose che mi piacciono di più del baseball non sono tanto gli homeruns, le basi rubate, gli strikeouts o le curveballs.

No, quello che amo veramente è l’esperienza estetica e sensoriale della partita, l’hotdog e l’inno nazionale, tifare per Lincoln nella Corsa dei Presidenti, e guardare l’ondata di gente che cerca di afferrare una palla in volo sopra agli spalti.

Per non parlare delle sottomaglie bianche con le maniche colorate, i cappellini con la lettera-logo della squadra, i calzettoni lunghi e bianchi, e i pantaloni al ginocchio con le ghette colorate (like, so vintage). Adoro guardare il pitcher scambiare occhiate e rispondere ai segnali del catcher: fly ball, slider, change-up, fast ball – e a volte su ESPN fanno vedere da vicino come si muove la mano del lanciatore, aggiustando la presa a seconda del segnale. Mi commuovo ogni volta che un battitore si sacrifica all’altare di un pitcher e soffro per tutti i passi che fa per tornare dal piatto al dugout. Il bello di un homerun non è la corsa a casa, è il viaggio della palla sempre più in alto, sempre più lontano, fuori dallo stadio (che se siamo puristi – e se non siamo Yankees – non si chiama ‘stadium’, si chiama ‘ballpark’.) Amo le cuciture rosse della palla e il ‘tock’ tuonante e sordo che si sente quando una mazza di legno sferra il colpo perfetto, come nel gran finale di uno dei film di baseball più belli della storia, The Natural.

(Pare che piaccia anche a Quentin Tarantino e ad Eli Roth quel suono lì, se avete presente il passatempo preferito del ‘Bear Jew’ – occhio al piccolo spoiler se cliccate.)

C’è chi dice che il baseball è la religione nazionale Americana, eppure il baseball si gioca con ossessiva passione in Giappone, Nicaragua, Cuba, Panama, Puerto Rico, Colombia, Venezuela. La baseball Hall of Fame non è solo Ty Cobb e Babe Ruth, ma anche e soprattutto Joe Di Maggio, Roberto Clemente, Ichiro Suzuki: Italia, Puerto Rico e Giappone. (Niente Shoeless Joe Jackson nella Hall of Fame: nonostante la consacrazione ne L’Uomo dei Sogni, altro film feticcio dell’amante del baseball, la storia della corruzione del risultato nelle World Series del 1920 è ancora appiccicosa – ma chissà, “se lo costruiscono…”) Il Giappone, tra parentesi, ha recentemente vinto entrambe le edizioni del torneo World Baseball Classic, battendo in finale Cuba nel 2006, e Corea del Nord nel 2009 (occhio, non le World Series, che a dispetto del nome si giocano solo tra squadre Americane). E dal 9 al 27 Settembre la Coppa del Mondo di Baseball si giocherà in Europa, con gli ottavi di finale giocati interamente in Italia, e la finale a Roma. (Bologna ha anche una buona squadra sette volte campione d’Italia; peccato che sulla maglia abbiano uno stemmino con un’aquila posata su una grossa F blu che mi previene dal tifare con stima e affetto.)

Azucar el rey del swing ball

Azucar el rey del curveball

A questo proposito, se per caso l’argomento interessa, c’è un film indipendente molto carino che è stato presentato al Sundance Film Festival 2008 che si chiama Sugar, e che racconta la storia di un pitcher Dominicano che viene allevato nei ‘pulcini’ ispanici per il campionato nazionale statunitense. Miguel ‘Sugar’ Santos viene selezionato per il first team di un’immaginaria squadra di serie B chiamata Kansas City Knights, e parte per l’America pieno di speranze e con un vocabolario Inglese che consiste esclusivamente di termini da partita e “french toast”. Non vi racconto cosa succede dopo, ma se non vi piacciono i film sportivi trionfalisti e vi interessa vedere come è l’ambiente vero del baseball fuori dal relativo glamour della prima classe – niente all-rounders dopati che escono con Madonna, né battitori gatto-omicidi che appaiono in Sex & the City – questo piccolo film potrebbe fare al caso vostro. Non so se è uscito in Italia, ma sarebbe ideale vederlo in lingua originale (Spagnolo/Inglese) per apprezzare pienamente lo sforzo dei due registi di cogliere le differenze negli accenti e nello stile dei vari personaggi, che provengono da tutti i principali gruppi di immigrati Americani di prima e di seconda generazione, in particolar modo dall’America Latina. (E poi se avete letto Oscar Wao, come vi aveva consigliato GiorgioP qui, anche qui ne hanno da dire a palate sul fukù e sul fascino del Dominicano medio.)

Piazza New York catcher, are you straight or are you gay?

Piazza New York catcher, are you straight or are you gay?

L’altra cosa che vi volevo raccontare era il grande entusiasmo all’inizio della stagione per un paio di acquisti e ritorni alla forma della mia squadra – che, come quasi tutte le mie squadre con cui non sono nata ma che supporto a distanza, è stata scelta un po’ a caso basandomi sul saggio criterio prevalentemente femminile noto come: ‘mi piace il colore della maglia’; e che praticamente c’ha ‘putrida sfiga’ scritto in corsivo svolazzante sotto a ‘New York Mets’ – ma purtroppo a poche settimane dalla finale delle World Series i Mets languono penultimi in fondo alla classifica della Divisione Est. Per giunta Divisione Est che in questo momento è dominata dai Phillies di Philadelphia, a.k.a. Il Male Parte II (dopo gli Yankees = Il Male Parte I). Oltre al danno…

Quindi niente, come dicono i Mets tutti gli anni verso Ottobre, “sarà per l’anno prossimo”. Nel frattempo se vi volete preparare, eccovi una canzone dei Belle & Sebastian che parla di un Mets dei bei tempi andati, l’Italoamericano Mike Piazza. Perché gli Yankees c’avranno pure Nils Lofgren che gli scrive la canzone per il nuovo stadio, ma noi abbiamo più indie-cred di tutti. Three strikes, you’re out.

Belle & Sebastian - Piazza, New York Catcher (Mp3)