Tre cose che avrete sentito dire in questi giorni:

Kathryn Bigelow è l’ex moglie di James Cameron.
Kathryn Bigelow è il regista più macho di Hollywood.
Kathryn Bigelow è la prima donna a vincere un Oscar per la regia.

Sono sopravvisuta a un matrimonio con Barbablù

Niente panico: questo post (obiettivamente adulatorio e congratulatorio) su Kathryn Bigelow non vi tedierà ulteriormente ripetendo queste cose.

In primo luogo perché per me James Cameron è sempre stato una specie di Barbablù, un pazzo posseduto da varie manie distruttive, e se è vera la storia della crew di The Abyss che, dopo mesi di fatiche, soprusi dittatoriali, e incidenti sul set durante la lavorazione del film, alla festa per l’ultimo ciak preparò le magliette per tutti con scritto I survived a James Cameron movie, allora a Kathryn Bigelow (che con lui ha condiviso non solo il set ma anche il letto) dovrebbero fare un abitino di seta con la stessa frase ricamata in filo d’oro. James Cameron quindi lo lasciamo a raccogliere le Puffbacche nel suo bel mondo blu insieme alla sua (preoccupantemente magra) terza moglie. (Se poi volete ridere, qui Nanni Cobretti tira fuori gli scheletri dall’armadio di casa Cameron.)

Parliamo quindi di Kathryn Bigelow, che fa film da maschiacci e vince ambitissimi premi. Qui a casa mia abbiamo festeggiato alla grande per questa vittoria meritatissima, non tanto per un discorso di cromosomi XX, quote rosa, mimose dell’8 Marzo, liberté egalité, hey-sister-soul-sister, anche se questa è un po’ la vittoria di tutte noi bambine che preferivano giocare con Goldrake e i Lego piuttosto che con la Barbie. (Io e mio fratello facevamo un gioco bellissimo con le Barbie che mi regalava mio nonno: le attaccavamo al pavimento del corridoio col biadesivo e poi facevamo le gare con le macchinine telecomandate in giro per casa per vedere chi arrivava primo a investirle sul rettilineo. Fuck yeah.)

Ma parliamo di cinema. Posto che la regia è un lavoro di merda (fidatevi, parlo anche per esperienza), una Kathryn Bigelow che dice: “I suppose I like to think of myself as a film-maker, rather than a female film-maker” è un gran bel segno. Una volta dettosi che comunque la parità (non l’uguaglianza) tra i sessi si otterrà quando non si dovrà specificare il sesso/l’orientamento sessuale/la razza/la religione/il cereale da colazione preferito di autori/registi/cantanti/artisti per descriverne l’opera o celebrarne il successo, facciamo un paio di considerazioni.

As far back as I can remember, I always wanted to be a gangster.

As far back as I can remember, I always wanted to be a gangster.

Esistono due tipi di registi: quelli capaci e quelli incapaci. L’essere maschio o femmina nell’equazione non c’entra. Per esempio Jane Campion – tradizionalmente additata come regista femminista – è una regista capace quanto il maschilissimo Martin Scorsese. Dipende un po’ dai gusti personali se uno preferisce andare a vedere Lezioni di Piano o Quei Bravi Ragazzi, ma non venitemi a dire che Bright Star è un film palloso perché è diretto male, o che L’Età dell’Innocenza è uno Scorsese da femmine perché non si spara e nessuno dice ‘cazzo’. (Che poi a guardarci bene Lezioni di Piano e Quei Bravi Ragazzi hanno lo stesso tema e cioè lo studio della crescita di un individuo in gruppi sociali con regole rigide e complesse, quasi fossero lo stesso film.)

In entrambe le categorie (capaci e incapaci), è possibile individuare due tipologie operative:

Das ist ein Bingo!

la prima è quella dei registi che mettono tutto al servizio della realizzazione della loro visione (tipo Hitchcock, Herzog, Welles – tre dei miei registi preferiti – e anche Cameron. Ah, no, avevo detto che non ne parlavo, ok); la seconda è quella dei registi che giocano in squadra, e che per portare alla luce una storia si basano sulla collaborazione di un team fidato, selezionato e guidato a seconda del progetto (i fratelli Coen, Fellini, Spike Lee, persino Quentin Tarantino).

Aggiungiamo un’ovvia postilla che non sempre sono i registi capaci a vincere i premi: Alejandro González “Morte-del-Cinema” Iñárritu vince un sacco di premi ma io lo metterei alla gogna, mentre Michael Haneke, che ha fatto la regia più bella, austera e intelligente del mondo per Das weiße Band agli Oscar quest’anno non se l’è cagato nessuno – probabilmente perché avevano già premiato un Austriaco, se ne premiavano due quelli si montavano la testa e invadevano la Polonia. (Sopra, un’immagine di un premiato Austriaco – perchè è troppo figo.)

Kathryn Bigelow è quindi sì una donna, ma soprattutto è una regista capace, e una regista collaborativa. A prendere l’Oscar per Best Film per Hurt Locker c’erano sul palco sette persone: un produttore, uno scrittore/produttore/compagno della regista, la regista, quattro attori. Ma non solo. Kathryn Bigelow è una rarità, perché nel mezzo del panorama post-moderno del cinema di inizio secolo è un(/a/’) auteur nel senso classico: i suoi film hanno temi ricorrenti (l’adrenalina, le compulsioni autodistruttive, e lo studio dei gender roles di uomini e donne d’azione) e uno stile inconfondibile (veloce ed esplosivo, pieno di suoni e di colori forti).

Metafore del Capitalismo Reaganiano

Kathryn Bigelow è anche una pittrice, un’artista concettuale, e una laureata in teoria e critica del cinema, preparata con tutti gli strumenti semiotici-costruttivisti-Lacaniani che piacciono tanto a noi Dottorini, perché ci permettono di gudagnarci la pagnotta scrivendo articoli dal titolo “Point Break come metafora del Capitalismo Reaganiano”, mentre la faccetta insipida di Keanu Reeves ci ricorda che alla fine è tutta una scusa per immaginarsi a fare i surfisti rapinatori nelle spiagge della Baja California, o un anche che è un bel regalo da parte del cinema poter rivedere Patrick Swayze biondo, bello, e di gentile aspetto, che va a incontrare la morte non in un letto di ospedale, ma tra le onde di un pomeriggio da leoni.

A Kathryn Bigelow sono anche tanto grata per aver dato a uno dei miei attori feticcio la possibilità di fare un ruolo diverso dal Nazista dagli occhi di ghiaccio/il paziente Inglese-Ungherese dal cuore di ghiaccio/il Russo dalla mente di ghiaccio/altre nazionalità assortite+organi in ghiaccio a scelta. Grazie, Kathryn Bigelow, per Lenny Nero, lo spacciatore di droghe virtuali di Strange Days. Grazie, Kathryn Bigelow, per Ralph Fiennes cyberpunk con i capelli lunghi, le basette sfilate e la barba incolta, per i pantaloni in pelle e il cappotto a tre quarti, per le camicie in seta a fantasia floreale e le deliranti cravatte, e per aver creduto che il nostro caro Rafie quando ha messo sul CV che era capace di fare l’accento Californiano fosse capace veramente. I miei quindici anni sono stati un momento meraviglioso.

Hai mai geccato?

Hai mai geccato? Hai mai filo-viaggiato?

Strange Days se non l’avete visto non sapete che vi perdete. E’ il film di science-fiction più umano che abbia mai visto, parla di mal d’amore e di dipendenza dalla memoria, di come a volte si viva in mezzo a milioni di persone completamente soli senza accorgersi degli altri, e del fatto che la tecnologia sta continuando a progredire ma gli esseri umani no. (Nanni Moretti se l’è presa a morte, ma per me non l’ha capito, e poi Strange Days ha sofferto brutalmente i danni del doppiaggio Italiano. Voi vedetelo coi sottotitoli.)

Se questo non vi basta vi posso indirizzare a una brillante analisi della sequenza di apertura del film – anche per darvi una dimostrazione delle qualità tecniche del cinema di Kathryn Bigelow: piani-sequenza come se piovesse, editing combinato di film e video, camera a spalla, eat your heart out Zack Snyder. Se ancora non siete convinti aggiungo un’Angela Bassett stracatagnocca che fa la personal bodyguard e pesta la gente, e anche una Juliette Lewis in gran forma che canta cover di P.J.Harvey con addosso ben poco (che poi se vogliamo dirla tutta forse Juliette Lewis aveva pensato al personaggio come a una Courtney Love del periodo migliore, ma per come sta messa ora sembra una cattiveria ricordarla com’era. Inserire qui la battuta “Guàrdate com’eri, guàrdate come sei: me pari tu’ zio!”*).

Altre cose di Kathryn Bigelow che vi potrebbero piacere: Near Dark è sempre un gran bel Western/Vampire movie mash-up ante-litteram, per la serie: con tutta sta new wave di vampiri all’acqua di rose fa solo bene rivisitare certe scene di crimini anni ’80. Blue Steel anche andrebbe recuperato: non me lo ricordo bene, ma è un bel poliziesco anche se un po’ datato, con una Jamie Lee Curtis vintage che spacca, altroché.

Ban the bomb, Tovarisch

K-19: The Widowmaker per me è un film sottovalutato: c’è grande maestria nella rappresentazione realistica dell’eponimo sottomarino Sovietico, e una certa follia claustrofobica nell’uso della macchina da presa che ricorda un po’ James Cameron. Che più o meno moriranno tutti si sa già dall’inizio (d’altronde la combinazione Guerra Fredda +politiche del Soviet+sottomarino+armi nucleari ha raramente un lieto fine), e Harrison Ford e Liam Neeson hanno due accenti che più che da Minsk sembrano provenire con la Transiberiana direttamente dai peggiori bar de L’Havana, con coincidenza a Cork e circumnavigando Melbourne, ma il cast di supporto fa un lavoro meraviglioso – e non lo dico solo perché ci sono il piccolo Peter Saarsgard e anche un altro dei miei attori preferiti (ma tutte le sue battute sono state tagliate in montaggio, sigh). Bellissima la scena della partita di calcio sul ghiaccio, con i primi piani dell’equipaggio – una vera e propria band of brothers – che coglie in pieno lo spirito della storia e l’assurdità della morte inutile al servizio dell’ideologia.

War is a drug

Di The Hurt Locker potrei dire tanto. La cosa più importante è che è un gran bel film, piccolo, gestito alla perfezione, con un passo furioso e tesissimo. Non è, a differenza di tante cose che si leggono, un film sulla guerra in Iraq. Continuo a ripetere questa cosa come una specie di Cassandra autistica, ma se ci pensate in luce del discorso “Kathryn Bigelow è un(/a/’) auteur“, anche Hurt Locker è un film “sull’adrenalina, le compulsioni autodistruttive, il ruolo dell’action man”, etc. (D’altronde è un film che offre la sua chiave di lettura nel prologo scritto in bianco su nero ‘war is a drug’.) Delle motivazioni politiche e storiche della guerra, del confronto con la popolazione Irachena e delle difficoltà degli invasi, e anche delle polemiche e dell’indignazione (più che sensate) a riguardo, The Hurt Locker non si cura, ma prende il punto di vista del soldato buttato in mezzo a questo macello, che in qualche modo deve farci i conti.

Anthony Mackie in The Hurt Locker

Dulce et decorum est pro patria mori

E se interpreto il film correttamente, nessuno ne esce indenne, e nessuno ne esce un eroe. Gli uomini di questo film sono tutti reduci e tutti malfunzionanti. Chi scrive che la guerra di Hurt Locker non è abbastanza realistica e che i dettagli sono scorretti non ha capito che non è necessariamente né il desiderio né il compito del cinema di fare da reporter delle ingiustizie. Chi scrive che Hurt Locker celebra il soldato semplice e l’artificiere guerrafondaio, l’imperialismo Americano, il testosterone e l’eroismo, secondo me ha visto metà del film che ho visto io; forse è uscito a comprare i popcorn durante la scena in cui tutte queste idee vengono sciolte da una doccia fredda, e fatte scivolare attraverso un’armatura da artificiere dentro una fogna ormai ripiena di sabbia, sangue, lacrime, e “vecchie bugie: dulce et decorum est pro patria mori“. Non lo dico io, lo diceva citando le odi di Orazio il poeta di guerra Wilfred Owen, morto in battaglia a venticinque anni nel Novembre del 1918, una settimana prima della fine della Grande Guerra – la fine di una guerra non arriva mai abbastanza presto. (Veniticinque anni è due anni di più dell’età media della squadra artificieri dell’esercito Inglese in Iraq.) Non è un caso che il titolo The Hurt Locker (che vuol dire letteralmente “armadietto del dolore”, ma è un’espressione che significa il ritrovarsi confinati in uno stato di sofferenza estrema, o feriti dopo un’esplosione), venga da un’altra poesia scritta da un soldato, che dice che “non c’è rimasto niente tranne il dolore.”

Quindi in sostanza per ricapitolare: Kathryn Bigelow non è solo la ex moglie di James Cameron, il regista più macho di Hollywood, o la prima donna a vincere un Oscar per la regia. Kathryn Bigelow è una professionista del cinema che fa dei film bellissimi, intensi, cazzuti, tecnicamente complessi ed eseguiti con destrezza; ricchi di idee e di temi interessanti; conditi con esplosioni, sparatorie, inseguimenti, musica, sottomarini, vampiri, spacciatori, soldati e surfisti. Se vince un premio grosso siamo tutti contenti, no?