Speciale Top Mostre 2012 – unavoceacaso

Come spiegavo nel mio ultimo post, la classifica degli album 2012, questo è stato un anno che per la maggior parte mi ha tenuto occupato con quello che dovrebbe essere/vorrebbe essere/in fin dei conti é ciò che faccio: guardare l’arte e commentarla. Ma se da un certo lato il mio ruolo si è sempre “ridotto” ad un marginale (che, attenzione, rimane sempre la migliore posizione per la critica in un sistema), passivo vedere-indicare-nominare, quest’anno invece è stato caratterizzato dal sentirmi dentro la Cosa che chiamo Arte; paradossalmente, a pensarci bene, non ho mai scritto meno. Allora perché questo sentimento di partecipazione attiva? Qual è, tirando le somme, il compito di un critico? Ecco secondo me il compito di un critico è essere presente: alla produzione della Cosa e a ciò che ne sta dietro, a chi compone la Cosa e a ciò che ne sta dentro. E infine certo, anche produrre la Cosa. Per questo colgo di nuovo l’opportunità che questo blog mi da per fare qualcosa di utile e metter già un paio di pensieri su quelle che sono state, a mio avviso, le mostre più belle del 2012.

ITALIA

alberto-garuttipac-milano-11Alberto Garutti: Didascalia/Caption @ PAC Milano (16 Novembre 2012 – 3 Febbraio 2013) cur. Hans Ulrich ObristPaola Nicolin

Hans Ulrich Obrist è una specie di figura mitologica ubiqua, una specie di Steve Albini dell’arte: cura mostre e scrive libri a dozzine, compare e scompare in parti del mondo fra loro distantissime. Un tycoon senza baffi e sigaro che produce o partecipa alla produzione di buona parte di ciò che nel sistema dell’arte è definito importante.

Alberto Garutti invece è una figura mitologica personale: ho incrociato le sue opere solo in un paio di occasioni negli anni ma sentito nominare innumerevoli volte in Accademia, essendo un docente semi-idolatrato quanto temuto dai suoi studenti, molti dei quali miei amici.

La mostra è stata quindi un temuto esercizio di equilibratura tra l’esperienza mediata dei racconti che alimentava questo mito e l’esperienza diretta della conoscenza di ciò di cui si parla, esercizio che si è rivelato inaspettatamente positivo, come quando leggi un classico e capisci perché è tale. L’opera di Alberto Garutti è un sollievo per chi come me ha mal sopportato un’arte dell’impegno etico dai dubbi risvolti pratici  e dai brutti risultati estetici (ad esempio alla Biennale di Berlino di  quest’anno): Garutti crea un dialogo produttivo fra suggestioni personali, caratteri autobiografici (le cui soluzioni formali ricordano molto da vicino Alighiero Boetti, uno dei miei artisti preferiti) a una dedizione al sociale che se mira alla Rivoluzione lo fa attraverso il contatto umano con i micro-ambienti (la provincia) che hanno segnato una vita.

Didascalia/Caption è oltretutto una mostra curata da manuale, che sfrutta in modo ineccepibile gli spazi difficili del PAC, scegliendo per ogni sala i lavori più adeguati (il cui rapporto qualità/quantità è altissimo), dalla quale addirittura traggono forza.

Consiglio fortemente  a chiunque di andare al PAC prima che chiuda questa mostra di rara forza. Per quanto mi riguarda conto di tornarci con i miei genitori per, citando un amico, “spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa”.

 

RESTO DEL MONDO

DVD Dead Drop @ Museum of the Moving Image NY (16 Agosto – ?) cur. Aram Bartholl

Premessa necessaria: occorre dire che non ho visitato la mostra nel senso tradizionale del termine, e che se tenessi di più a salvaguardare piuttosto che a perdere il confine fra reale e virtuale avrei dovuto assegnare questo spazio alla bellissima retrospettiva su Hélio Oticica al Museu Berardo di Lisbona (grazie Irene per il consiglio). Fine premessa necessaria.

DVD Dead Drop è un’installazione dell’artista tedesco Aram Bartholl per il Museum of the Moving Image di New York, consistente in un foro nel muro nella quale si è invitati a inserire un dvd vuoto. Dall’altra parte un computer masterizza automaticamente sul vostro dvd dei video selezionati da Bartholl.

È un caso di importanza rara oltre che di una semplicità e accessibilità altrettanto difficili da trovare per l’arte che ha come soggetto e forma i nuovi media, di cui Bartholl è uno dei migliori portabandiera. La bellezza del progetto sta tanto nella sua efficacia ed effettiva qualità (potete vederlo voi stessi grazie a quei geni benefattori di 0-DAY ART, che hanno fatto un torrent della prima mostra) quanto nella sua replicabilità come format curatoriale che trae proprio dal binomio fisico/digitale la sua forza.


Top Albums 2012 – unavoceacaso

È stato un anno strano per me. Ad esempio non ho mai viaggiato così tanto come nel 2012. In secondo luogo, non sono mai stato così impegnato da università e progetti vari e così dentro a quello che studio e che faccio, in misura tale da sentire di far parte di qualcosa di più grande di me e di essere riconosciuto come tale. Quindi un anno importante che ha avuto come effetto collaterale aver avuto meno tempo per dedicarmi a cose altrettanto importanti (vedi: ascetismo sentimentale, assenza da questo blog). Non è stato sottratto il tempo alla musica (e questo forse mi sorprende forse no), anzi è stato un periodo segnato da una rinnovata curiosità eclettica.

Questi sono i dischi che ho ascoltato e apprezzato di più - come vuole lo spirito del gioco, senza nessuna pretesa di oggettività -con due parole ad accompagnare i più significativi.

Questa presentazione richiede JavaScript.

  1. Andrew Bird – Break It Yourself/Hands of Glory
    Un disco (accompagnato dagli outtakes e rivisitazioni del secondo) meraviglioso. Testi, arrangiamenti e melodie semplici e cristallini – qualsiasi cosa voglia dire. Ne parlai in un post a Marzo e da allora ha monopolizzato i miei ascolti. Spiace di essermelo perso un mesetto fa a Milano.
  2. The Flaming Lips – The Flaming Lips and Heady Fwends
    Non ci avrei scommesso su un centesimo, e invece funziona perfettamente. Collaborazioni perfette anche coi nomi che suonavano meno “adatti” e una coerenza invidiabile, segno probabilmente che i Flips avessero già in mente il disco prima di tutto il progetto.
  3. Godspeed You! Black Emperor – ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!’
    Definizione di hype fulminea perché inaspettato. È un disco dei GY!BE di pezzi che avevo già sentito dal vivo e che suonano ancora meglio su disco. Non poteva non piacermi.
  4. Matt Elliott – The Broken Man
    Quest’estate allo studio di registrazione della Ghost sul lago ho assistito al concerto della vita. Il cliché, che ora capisco perché sia tale, dell’”eravamo in 30″. Il lago. I pezzi migliori, i pezzi nuovi e cover di: Misirlou (sì, quella di Pulp Fiction), I Put a Spell On You e Il galeone (cantata in italiano!). Volevo che non smettesse mai. Poi smette e sfida il pubblico a ping pong dicendo “chi riesce a perdere di meno di 10 punti si porta a casa un disco” e nessuno ce la fa (“Ecco il capitano della Nazionale Cantautori Depressi” cit. dal pubblico sbigottito). L’album in sè non è dei migliori, ma è comunque un cazzo di disco di Matt Elliott. E “If Anyone Tells Me “It’s Better to Have Loved and Lost Than to Never Have Loved at All” I Will Stab Them in the Face” è il miglior titolo di tutti i tempi.
  5. Max Richter – Recomposed by Max Richter: Vivaldi – Le quattro stagioni
  6. First Aid Kit - The Lion’s Roar
    Ha segnato il lungo, lungo – lei lo sa – viaggio da casa mia alla casetta di Anita. Un bellissimo ricordo.
  7. Andy Stott – Luxury Problems
  8. Dustin Wong – Dreams Say, View, Create, Shadow Leads
  9. Fine Before You Came – Ormai
  10. Menzione onorevole: Blu & Exile - Give Me My Flowers While I Can Still Smell Them
    (Questo teoricamente è dell’anno scorso, ma è di quest’anno l’uscita fisica che contiene versioni leggermente diverse con produzioni più pulite.)

Le dieci canzoni degli anni 90 (secondo me) – unavoceacaso – 2/5

La mia lista è quella di una persona che ha ascoltato gli anni ’90 con lo svantaggio/vantaggio del tempo: alcune cose si perdono, altre restano, altre restano e vengono istituzionalizzate. Mi sono perso qualcosa? Il meglio? È probabile. Ha agito per me il filtro del tempo. Resta che ho la nostalgia di un decennio vissuto sì per intero ma non gustato coi privilegi dell’essere un adulto senziente (ma a poter scegliere mi sarei fatto bastare l’adolescente pirla) e che fare una classifica di canzoni degli anni ’90 è quasi come fare una classifica delle preferite di sempre.

10) Weezer – El Scorcho

L’inno nerd romantico definitivo. Descrive in maniera inquietantemente dettagliata una mia cotta di qualche anno fa. Qualche giorno fa l’ho rivista e questa è stata l’ultima canzone scelta dal random dell’iPod. Grazie al caso.

9) Bran Van 3000 – Drinking in L.A.

Come ha detto Davide: più anni ’90 degli anni ’90 stessi. Una delle poche canzoni che mi piacciono che mi ricordi effettivamente quel periodo. Caso vuole sia un capolavoro.

8) Belle and Sebastian – Judy and the Dream of Horses

Nel 2007 avevo una playlist bellissima per la pioggia e questa era l’ultima. Peccato non averla sentita negli anni ’90; dovrebbe essere la canzone ufficiale di un’infanzia non troppo facile: la dedico al mio me bambino/preadolescente.

7) Pavement – Here

L’indie-rock riassunto in un verso: I was dressed for success, but success, it never comes. Per imparare a fallire come i propri idoli.

6) Stardust – Music Sounds Better With You

Sono sicuro che tempo zero mi ricrederò, ma è da anni che ritengo questa canzone un capolavoro del genere che più di tutti ha influenzato la musica pop a venire. Meravigliosa, ma anche la mia scelta per importanza storica.

5) Slint – Good Morning, Captain

Di canzoni che quasi-eguaglino questa in intensità emozionale ne avrò sentite un paio al massimo, che la eguaglino o la superino mai. I miss you.

4) My Bloody Valentine – Only Shallow

Non ho amato Loveless da subito, ma dopo aver comprato un paio di buone cuffie ed essere tornato con una diversa prospettiva rispetto alla musica, è diventato subito uno dei dischi preferiti di sempre. Essendo l’album un orgasmo continuo, avrei potuto sceglierne una caso; scelgo questa per il suo potenziale epifanico.

3) The Magnetic Fields – Papa Was a Rodeo

Insieme a Judy and the Dream of Horses nella playlist della pioggia del 2007. 69 Love Songs contiene le canzoni pop impopolari più belle di tutti i tempi e racconta meravigliosamente dell’amore in tutte le sue forme. Questo è il capitolo della storia che preferisco.

2) Sigur Rós – Svefn-g-englar

A quasi pari merito con la sottostante per preferita-in-assoluto, è l’ultima canzone che ho ascoltato prima che iniziasse un periodo bellissimo della mia vita. Ágætis Byrjun è l’album che più di tutti ha spostato e dilatato la mia percezione della musica. I campanelli (?) che aprono questa canzone, ancora dopo anni, sono in grado di farmi saltare qualche battito al cuore come nessun’altro suono al mondo.

1) Neutral Milk Hotel – In the Aeroplane Over the Sea

Come ha detto colas: la mia preferita di sempre. Ed è una canzone degli anni novanta. Quindi è prima in una lista di canzoni degli anni novanta.


Genius loci e Andrew Bird

Nel giardino frontale di casa mia ci sono due pini, uno enorme e uno più piccolo, e un amareno ormai da abbattere Quest’ultimo era una volta sede della mia casetta-sull-albero, il mio regno personale di un metro quadrato e invidia di tutto il paese (in famiglia ci si ricorda ancora di quella volta che il prete durante la messa mi chiese quando l’avrei invitato a bere un caffè, e io senza mezzi termini dissi che se ci fosse salito sarebbe crollata).

Ricordo che in quegli anni alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” rispondevo senza indugi “l’esploratore”. Di fatto non esploravo proprio niente: raramente scendevo dalla casetta, me ne stavo solo lì seduto con il mio binocolo a cercare gli uccelli nei due pini di fronte. Dico “cercare” perché sai che ci sono degli uccelli, li senti, non cantano, litigano, non sai cosa si dicano ma sai che non sono belle parole, ma nel folto dei pini non riesci a vederli. Il mio “esplorare” consisteva quindi nel cercare la fonte dei suoni che sento anche da camera mia anche nel momento in cui scrivo, quello schiamazzare (creature minuscole che fanno un casino infernale, quando gli gira), che cominci a notare a primavera, che si fa più forte fino all’estate per poi diminuire d’inverno fino a farti dimenticare che ci sia mai stato, e poi ricominciare. Mi rendo conto solo ora che la mia indole di osservatore (/ascoltatore) distaccato, più che di esploratore, era chiara fin da piccolo.

Se fossi stato più versato nel fare più che nel guardare, avrei imparato a suonare uno strumento? E se avessi avuto talento, la mia musica suonerebbe come quella di Andrew Bird? Con quel cognome didascalico, il violino a imitare il volo e il fischio come il canto degli uccelli, se fosse stato mio vicino di casa l’avrei invitato sulla casetta?

Mi vengono in mente 3 dischi meravigliosi di questi ultimi anni creati sotto influsso di un forte genius lociFor Emma (2008) di Bon Iver nell’ormai leggendario capanno nel Wisconsin, Ravedeath, 1972 (2011) di Tim Hecker in una cattedrale islandese, e Break It Yourself di Andrew Bird, composto nel suo granaio.

I luoghi e i non-luoghi della nostra vita – la casetta sull’amareno, il divano sul quale sono seduto, il treno che prendo tutti i giorni – agiscono su quello che creiamo con la stessa influenza che ha il cibo che mangiamo sul corpo che abitiamo.

Difficile dire come per se stessi e impossibile tirare conclusioni per gli altri, mi limito a sognare ad occhi aperti di intervistare un granaio. Non so come descriverebbe la musica che ha ispirato a Andrew Bird, come l’ha aiutato a comporre Break It Yourself; quello che so è che questo disco folk (quindi) senza tempo, fatto di violini, chitarre acustiche e voci cristalline (insieme a St.Vincent in Lusitania, per dire), storie, grilli e fischi, accompagnerà il primo sole della mia primavera, ispirandomi in modi che non so.


Artcore: 2006 – Douglas Gordon & Philippe Parreno

Pare moda negli ultimi anni che artisti si mettano a fare lungometraggi: questo fenomeno finora ha prodotto roba del tutto trascurabile, in certi casi opere  se non altro coerenti alla poetica ma che mal si adattano al formato-film (Pepperminta di Pipilotti Rist), in altri, esperimenti di cinema artistico “commercializzabile” mal riusciti (Donne senza uomini di Shirin Neshat), che se a una cosa servono, è quella di rendere evidente la differenza fra opere d’arte e prodotti artializzati.

Tutto questo non è per, come speravate, parlarvi di Shame, omonimi di Steve McQueen e della fava di Fassbender, che non ho ancora visto, film e fava, ma per continuare la mia introduzione all’arte contemporaneissima con una delle migliori opere realizzate negli ultimi vent’anni. Vi è andata male.

Invisible Fassbender's cock

2006: Douglas Gordon & Philippe Parreno, Zidane, A 21st Century Portrait (video, 91′)

Zidane è il risultato della mente di due degli artisti più significativi  ella nostra epoca, Douglas Gordon, scozzese, e Philippe Parreno, franco-algerino. Ci siamo? Gordon e Parreno. Memorizzate per benino questi due nomi, ché se significativi lo sono davvero li vedrete sui libri di storia dell’arte dei vostri figli. (Tutto questo ovviamente in un’utopica visione del mondo dove nelle scuole Storia dell’arte NON sarà sostituita con Speculazione finanziaria).

Zidane, A 21st Century Portrait però non è SOLO un “ritratto del 21esimo secolo”, ma un ritratto di tre dimensioni: lo spazio, il tempo (sulla loro simultaneità) e l’identità.

Formalmente il film è un montaggio di sequenze con unico protagonista Zizou ripreso non-stop da 17 telecamere per tutti i 90’ di durata della partita Real Madrid – Villareal del 21 Aprile 2005. Le telecamere non lo mollano un secondo,  rendendo impercepibile lo schema globale dell’azione sul campo, ma sensibilizzando la percezione di ogni piccolo spostamento, parola (ed emozione) di Zidane.

Il lavoro, valutato con i criteri applicabili ad un film tradizionale ha chiaramente poco senso d’esserci, anche se volutamente commercializzato come tale dagli artisti che lo hanno presentato a Venezia nel 2006; l’opera si muove però in tutt’altro senso: riesce a collocarsi come un capolavoro nella poetica di entrambi gli artisti, proponendosi come una narrazione alternativa di micro-eventi simultaneamente atemporali e strettamente legati al (loro) tempo.

È a tutti gli effetti uno spostamento. Secondo il teorico Nicholas Bourriad, scopo dell’artista dagli anni ’90 si è fatto quello della costruzione di narrazioni alternative che divergano dalle narrazioni precostruite che determinano la vita di tutti. Lo spostamento si configura proprio in questa linea teorica, e si ha quando l’artista “sposta l’attenzione” dello spettatore in modo meronimico/olonimico (chiaro che ho dovuto googlarle), dal tutto alla sua parte e viceversa.

Pippone a parte, l’apporto concettuale di Gordon al film è questo: lo spostamento che effettua dalla concezione sportiva dell’insieme di gioco al singolo individuo partecipante, avendo come risultato una visione che offre possibilità di una percezione totalmente differente da quella classica della partita di calcio soprattutto in termini di tempo, come aveva già fatto tredici anni prima con 24 Hour Psycho, di cui parlerò prima o poi.

Parreno aggiunge ulteriori livelli di lettura contribuendo con discorsi sulla relatività e la simultaneità dell’identità: Zidane è mito e persona, unico e universale, ed entrambi.

I sottotitoli che appaiono in sovrimpressione durante la partita vogliono il calciatore come soggetto della prima persona singolare, ma in realtà pare siano stati scritti dagli artisti e Zidane in collaborazione (immaginatevi una tavola rotonda con Zizou in imbarazzo); tra i testi riflessioni sul tempo, sullo spazio e sull’identità che vanno a complicare il discorso sull’identità stesso: come spettatori non potremo mai sapere dove finisce la biografia e dove comincia la fiction.

Formalmente il film è una bomba: le sequenze sono bellissime, montate e girate da gente con una certa esperienza nel cinema (il direttore della fotografia fidato di Fincher e altri tecnici, gente che ha lavorato con Scorsese e Almodovar), accreditato come noise engineer c’è il Dio Irlandese del Rumore Kevin Shields che gestisce tre fonti di suono: quello del pubblico, quello dei giocatori e la colonna sonora, composta appositamente nientepopodimeno che dai Mogwai. Ma che cazzo di aria respirano in Scozia?

Dopo 90’ precisi di eyegasm, eargasm e mindgasm non mi era del tutto chiaro chi stesse vincendo o cosa di preciso avesse fatto Zidane in tutto quel tempo, ma nel frattempo avevo riconsiderato totalmente il concetto di tempo, di me stesso come persona e del mio stare nel mondo, o qualcosa del genere. Fai te.

SPOILERONE

Leggi il seguito di questo post »


Top Albums 2011 – unavoceacaso

Una volta facevo classifiche di fine anno da 30/40 dischi, cercavo di stare attento ad equilibrare criteri “oggettivi” (sic) a motivi più personali. Poi un anno capita che succedano molte cose nella tua vita (una di queste, una di quelle belle, è che ora le classifiche le posso fare qua) e che badi meno ad essere sempre sul pezzo, che ti ritrovi ad ascoltare altro, comunque poco o niente delle uscite coeve o che comunque ci sia ben poca roba che ti attrae. Capita che ci siano dischi che si salvano e che spiccano sugli altri e capita anche che per una volta decida di prendere come un gioco questa cosa del fare-le-liste, come dovrebbe sempre essere. Questa volta è capitato così.

(Ringrazio il Tob Waylan con il cui beneplacito ho scopiazzato la grafica, che funziona come per la sua classifica: cliccate sulle immagini e trovate le canzoni preferite da ogni album. Ah, lo si ringrazia anche per la segnalazione dei Lanterns on the Lake che stanno qua sotto)

Tim Hecker – Ravedeath 1972

Raein – Sulla linea d’orizzonte tra questa mia vita e quella di tutti

Feist – Metals

Bon Iver – Bon Iver

Comet Gain – Howl of the Lonely Crowd

Grouper – A I A: Alien Observer / A I A: Dream Loss

Real Estate – Days

 

Lanterns on the Lake – Lanterns on the Lake

The Field – Looping State of Mind

Beirut – The Rip Tide


(intro) Artcore: 1990 – Damien Hirst

Una teoria che non smetterò mai di citare è quella di Arthur Danto. Secondo questo teorico, filosofo, meta-segaiolo, l’Arte è morta e rinata nel 1964 a New York alla Stable Gallery di Manhattan, dove Warhol ha esposto le sue prime Brillo Boxes. Mi trovo d’accprdo con Danto solo in parte: condivido l’idea di un Big Bang dell’arte, ma come molti altro lo faccio risalire all’invenzione del ready-made con lo Scolabottiglie di Marcel Duchamp, nel 1914.

Marcel Duchamp, Egouttoir (Scolabottiglie), 1914

L’arte, se comprendete la grandezza dell’atto di Duchamp o di Warhol a seconda di come la vogliate pensare, resta comunque relativamente giovane. Guardate all’arte come ad un bambinone portato dal pediatra perché si rifiutata di crescere e di accettare le responsabilità dell’età adulta, ma senza che nessuno sappia che dentro di sé si pone le solite domande filosofiche sull’identità (“chi sono io?”) e sul destino (“dove vado?”). Ora, per crescere, il bambino ha bisogno di un po’ di fiducia, una spinta alla sua autostima, che in questa metafora che si sta dilungando oltre i limitidella vs. gentilissima sopportazione, si traduce con la storicizzazione e la legittimazione delle due Domande Fondamentali che si pone.

Questo è peraltro il nobilissimo scopo che si pone Defining Contemporary Art  da poco pubblicato da Phaidon (e purtroppo non ancora tra le mie mani): ad otto tra i più importanti curatori del mondo è stato chiesto di selezionare le opere d’arte più “importanti” degli ultimi 25 anni, una per anno, per un totale di 200, in modo da “definire” e così aiutare l’arte di oggi a crescere.

Evitando la velleità del nobile scopo, oppure no, ho deciso di imitare l’idea di Phaidon e di selezionare quelle che credo le opere più importanti, più influenti per temi, concetti, mezzi, quelchevuoi, degli ultimi vent’anni – in questo duemilaundici di ventennali, tra i quali il mio – e che quindi meritano una storicizzazione adeguata.

L’idea è quella farlocca di mini-post a puntate (1 post – 1 anno) con regole aleatorie, che nell’insieme assomigli vagamente e simultaneamente ad una contemporary art for dummies (se siete dummies, altrimenti semplicemente la mia opinione) e una lista-di-fine-qualcosa.

Per farvi capire che non è nulla di serio e che le regole sono ferrettiane, comincerò barando.
__________________________________________________________________

1990: Damien Hirst, A Thousand Years (installazione)

Damien Hirst, A Thousand Years, 1990

Due anni dopo aver curato la mostra Freeze che nei fatti lanciò la generazione dei Young British Artists, Damien Hirst crea ed espone un’installazione talmente ispirata da obbligarmi a imbrogliare sulla regola del ventennio.

A Thousand Years è l’opera con cui Charles Saatchi, magnate inglese della pubblicità (e da qui in poi ricordato come “magnate inglese dell’arte”), ha scoperto Hirst nel 1990, appena un anno dopo il diploma al Goldsmiths College di Londra. Quest’opera magnifica ha la duplice qualità di introdurre quello che sarà il leitmotiv della poetica di Hirst  e di rappresentarla con una sintesi estetica e concettuale mai avvenuta prima e mai ripetuta in seguito.

Dentro le teche di questa installazione “delle larve di mosca venivano fatte schiudere e poi spinte a superare una separazione di vetro dalla presenza di una testa in decomposizione di una mucca. Infine venivano fulminate a metà del loro tragitto.” Nascita, crescita, morte in una rappresentazione che trae tutta la forza dalla sua essenzialità. I fan della critica sociale possono divertirsi ad aggiungere uno strato di analisi notando che il tutto, funzionalmente o no, avviene “in una vetrina”, ai limiti del pornografico e anticipando il reality.

Si narra che Saatchi rimase a bocca aperta, “acquistò l’installazione e si offrì di finanziare il lavoro futuro di Hirst”, sovvenzionando la creazione dell’opera dell’anno successivo che scatenò il chiacchericcio mediatico, settò il prezzo standard delle vendite e creò il “brand” del suo pupillo, portando così ad un più alto livello la fusione fra marketing e arte, che lascia a tutti la certezza che Hirst sia un genio sì, ma in quale delle due discipline?

Leggi il seguito di questo post »


The less we say about it the better – eppure.

Mentre ero in coda sull’A8 causa incidente, tra l’uscita di Albizzate e quella di Castronno, che sarà stata l’una e mezza di venerdì sera, nel lettore ciddì della Twingo c’era Ágætis Byrjun dei Sigur Rós. Come al solito non posso fare a meno di cercare di cantare e produrmi in finti islandesismi. Sjuuudeehnarò. Roba così, e per di più con molto trasporto. Non un bello spettacolo insomma. Per fortuna il tizio nella corsia a fianco, ugualmente fermo, guardava solo avanti, aspettando che la macchina davanti si muovesse.

Ero di ritorno dal cinema, a vedere This Must Be the Place, spettacolo delle 10 e 40, da solo. Ogni – e dico ogni – volta che guido, a meno che siano tratte davvero brevi, devo scegliere un disco da ascoltare, a maggior ragione se sono da solo. Ed è proprio lì, fermo in coda, che mi sono reso conto del perché abbia scelto proprio il mio secondo album preferito in assoluto, che ascolto molto raramente, solo quando solo nel mood giusto. Guidavo sovrappensiero, cercando di farmi un’opinione su quello che avevo appena visto – opinione che ancora non ho chiara, quindi se siete in cerca di voti pitchforkiani stavolta non so aiutarvi. Comunque. Precisando che quando ascolto Ágætis salto l’intro e Svefn-g-englar ché da quando l’ho ascoltata un giorno del novembre 2008 l’avrò ascoltata sì e no dieci volte pur essendo quella che in definitiva è mia canzone preferita, il pezzo subito successivo è Starálfur. Quando è finita ho capito cosa mi avesse spinto a inserire proprio l’album del feto d’angelo: ho fatto un collegamento analogico tra quello che avevo appena visto e Le avventure acquatiche di Steve Zissou, con Starálfur a fare da colonna sonora nel momento clou.

Poi mi metto a pensare che non so mica perché mi colpiscano così le storie in cui c’è un protagonista alla ricerca di qualcosa. Ad esempio, i due romanzi di Jonathan Safran Foer, sia Ogni cosa è illuminata che Molto forte, incredibilmente vicino sono entrambi nella mia top 5 ed entrambi parlano della ricerca di un parente: nel primo giù lungo le radici dell’albero genealogico, alla ricerca di capirci qualcosa, nel secondo mentre si cerca di capirci qualcosa, alla ricerca del ricordo di un padre. La ricerca di Steve Zissou è stata invece la mia riposta al colpo basso di uno psichiatra durante una “perizia psicologica”: cosa vedi qui?, cosa vedi là?, e poi ti piazza davanti un foglio bianco e ti chiede di raccontargli una storia. (La prossima volta che in un film vedete fare il test di Rohrschach tenete bene a mente che NON è così. Manco per il cazzo.)

Pensandoci bene però, mentre avanzavo di centimetri, ho capito che il paragone con Le avventure acquatiche non è forse così campato per aria: là un uomo alla ricerca di uno squalo giaguaro che non è nemmeno sicuro di aver visto davvero, qui in This Must Be the Place un uomo alla ricerca del carceriere del padre ad Auschwitz, padre che non ha mai conosciuto veramente. Entrambi i loro viaggi sono mossi dalla vendetta, entrambi non hanno ben chiaro in mente se e come ottenerla. Poi due personaggi apatici, in piena coerenza con le storie di Anderson e di Sorrentino. Anche nell’apatia si può essere sopra le righe però: la passività “intima” di Bill Murray e quella enigmatica di Servillo (sia come Titta di Girolamo che come Andreotti), sono, come dire, più rispettate di quella di Sean Penn in This Must be the Place. Cerco di spiegarmi meglio. Sean Penn strilla INETTITUDINE! APATIA! PAURA DI CRESCERE! in ogni scena. Questo è un film invasivo, ho pensato: Penn invade il ruolo, la regia invade la sceneggiatura, la musica invade tutto. Ad un certo punto ho pensato anche che la regia di Sorrentino non si adatti al personaggio e a come suppongo sia stato scritto – il che non è affatto vero, se penso appunto a Le conseguenze dell’amore o a Il divo. E allora sarà il tema: per le cose che hai a cuore esigi rispetto, la riservatezza e il tatto che stai chiedendo ad un professionista che non sa quando e dove far attenzione.

Un'apatia che mollami

Faccio degli esempi stupidi.

This Must Be the Place è anche un film con una colonna sonora bellissima. Ma è ovunque, dai. Sorrentino ha avuto i soldi e s’è preso Byrne (fisicamente), gli ha fatto cantare la canzone del titolo e l’ha filmato in quello che praticamente è un nuovo videoclip per la melodia naïf. E ce ne sono tanti di videoclip, oltre a Spiegel im Spiegel di Arvo Pärt  – ok, stupenda -che parte in continuazione e stesso discorso per Happiness di quel Jonsi là & Alex.

This Must Be the Place  è anche un film di fotografie bellissime. Ma sono troppe, dai. Sorrentino ha avuto i soldi e s’è messo in testa di fare un altro Anderson, stavolta il Paul Thomas (con le dovute proporzioni), di non far star mai ferma la macchina da presa come d’altronde ha sempre fatto, quando stavolta spesso a sproposito. Reato di eccesso di virtuosismi. Molte sequenze sarebbero state da eliminare in fase di montaggio: ne avrebbe guadagnato in peso, perché film come questo si possono misurare in chili, e TMBtP aveva veramente bisogno di una visita da un nutrizionista vegano.

This Must Be the Place è anche un film di simboli. Ma sono troppi anche questi, e io non sono mai stato bravo a capirli.

Questi sono stati più o meno i miei pensieri in coda sull’A8. Poi niente, la coda si muove, vai a casa, parcheggi, finisci di ascoltare la title track mentre pensi che sarebbe stato più fico se Sean Penn fosse stato alla ricerca di uno squalo giaguaro del cazzo.

Squalo giaguaro del cazzo


POP! In the name of love

The AV Club: One interviewer circa Workbook called you “the most depressed man in rock.” That’s quite a title.

Bob Mould: He’s never met Stephin Merritt, obviously.

Conosci Stephin Merritt? Io l’ho conosciuto che forse son quattro anni da poco. Mettiamo subito in chiaro una cosa: è un genio. Certo, non è proprio la persona più loquace che tu possa trovare a New York: è depresso, ha ragione Bob Mould. Non mi accompagna mai ai concerti; io insisto, ma lui niente. È per colpa dell’iperacusia, lo stesso motivo per il quale fa così raramente concerti – e quando lo fa si tappa le orecchie durante gli applausi – e l’unico genere che non sopporta è l’”heavy rock“. Dice che “il pop è fondato sul precedente, sulla copia creativa” e ha ragione; quindi insomma, il fatto che conosca ogni canzone mai incisa da, diciamo, Irving Berlin, come poi tra l’altro ha anche chiamto il suo chihuahua, non è un vanto da nerd-autistico quanto uno strumento per comporre e scrivere bellissima musica. Ah, la musica di cui parlo è quella dei Magnetic Fields, ma non solo. Ti rendi conto? Ormai hanno ormai nove album all’attivo, e l’anno prossimo ne uscirà uno nuovo. Quando me l’ha detto, tre settimane fa, sottolineando enfaticamente che esce su Merge (si vede che mi conosce bene), sono quasi trasalito. Se poi conti che il 23 di questo mese esce un suo disco di b-sides e rarità puoi capire l’entità della cosa. Roba da antologia, da scriverci su dei lbri, da farci dei film. E infatti l’han fatto. E poi non fare quella faccia: credimi quando ti dico che un album di rarità di Stephin Merritt non è da bollare mentalmente coi tag “scarto” e “pagare le bollette”: il fatto è che la qualità media delle canzoni dell’uomo è altissima. E così è facile trovare capolavori POP – rigorosamente col caps lock, anche a voce: POP – nei side projects (coi The 6ths fa cantare le canzoni che scrive e compone ad Altri, anche qua rigorosamente con la A capitale, Gothic Archies, dove “ogni speranza è perduta” e Future Bible Heroes che boh) quanto negli album storici, dai primi lavori tipo Holiday a “Man’s greatest achievement“, 69 Love Songs.
Ecco, mi soffermo un attimo su questa cosa. Sulla parola love.  Tanto per cominciare Merritt e le sue band fanno canzoni pop, il cui tema principale è l’amore. Da sempre. Prendiamo le 69 Love Songs: è un lavoro coraggiosissimo perché sviscera l’argomento come nessuno aveva mai fatto, se ne frega del trito perché ha autocoscienza, sa da dove viene, sa di non andare da nessuna parte, ma con coerenza e palle che flotte di intellettualoidi dovrebbero invidiare. E a loro, agli intellettualoidi, mentre li sgama in flagrante a canticchiare una a caso delle melodie appiccicosissime, dice con una gigantesca trollface: “Mi sa che non hai colto la citazione”.
E va bene, te lo concedo: fare del pop e dell’amore ragione del proprio lavoro è pregevole ma per quanto i temi siano vasti il dubbio di aver un po’ rotto il cazzo viene. E qui arriva il punto in cui ti annoio lodando la capacità di innovarsi. Perché, indovina un po’?, Merritt ne è capace. Diciamo per tre motivi.

  • 1) Perché l’uomo è una fottutissima enciclopedia del pop quindi attinge dal suo supercefalo per innovare solo la forma e non il contenuto di un discorso che per motivi x e y ha a cuore (forse perché è “the most depressed man in rock”. Forse sì). Contenuto che alla fine è fatto di cose che alla gente piacciono:  storie, testi semplicemente bellissimi (di una neanche-troppo-sottile complessità) e melodie idem (POP quindi orecchiabili, cantabili, di nuovo “appiccicose”).
  • 2) A parte il fatto che lui sa suonare tipo qualsiasi strumento mai inventato, la sua è più di una backing-band: i Magnetic Fields (in tutte le sue varie istanze) sono musicisti e cantanti di livello che hanno saputo sempre adattarsi alle sue idee con coerenza e capacità. Blablablà. Sono molto bravi, insomma.
  • 3) Stephin e compagnia bella godono di una meritata reputazione (chiamiamola indie-cred) unica e invidiabile, vera e propria band(/s) di culto anche presso gente famosa tipo Neil Gaiman. Uno che di scrittura e fantasia ne sa qualcosa.

Così di culto da farci un film, come ti dicevo prima: è un documentario che si chiama Strange Powers: Stephin Merritt and the Magnetic Fields ed è stato presentato al Sundance l’anno scorso, mi pare. L’hai visto? No appunto, nemmeno io; è che non ha una distribuzione in Italia. Ma ti giuro che mo’ lo ordino e lo faccio volare fin qua. Cioè, con un trailer del genere..

- So why are they making a documentary about you for?
- Because I’m fascinating. I write wonderful music.
- What’s your last name?
- Merritt.
- Merritt?
- Yeah.
- Never heard of you.
- I know.

Il modo in cui dice “I know”. Per me lì c’è dietro tutto un mondo. Poi la voce di qualcuno evidentemente troppo brutto per essere ripreso che dice “Stephin is an indie-rock God”. Ecco, io non so se il tizio ha ragione. A livello personale sì, certo, lo è. Ma la cosa che più mi fa piacere è che abbia detto quelle paroline lì, “indie-rock”: è una cosa che non ha più senso, e parole che spesso mi vergogno troppo anch’io per utilizzare davvero. Ma l’indie-rock, per me, è questa cosa qua: un tizio che dice “sì, lo so che non sai chi sono. (Ma scrivo bellissima musica e c’è gente pronta a giurartelo)” e dopo poco le scritte che vengon fuori: I Magnetic Fields hanno pubblicato album per 20 anni; per alcuni, sono una band iconica, per la maggior parte, sono completamente sconosciuti.

_________

Insomma, questi in venti di carriera ci hanno fuori nove album e un bell’EP, e ancora nessun Best of?! A parte che non ci sono dettagli sul nuovo album quindi potrebbe essere che-. Ma secondo me no, e comunque spero sia un disco di inediti. Magari un concept album folle.
Fatto sta che ho voluto fare questo regalino ai lettori di Junkiepop. Una raccolta di personalissime scelte delle loro canzoni che amo di più (impossibile parlare di migliore; e poi la selezione è stata già abbastanza dura o IMPOSSIBILE per quanto riguarda 69 Love Songs). Un Best of per chi li conosce già e un modo per dire “Dai vieni, te li presento” al mio ipotetico interlocutore che non sa di cosa si parla però vorrebbe. Ecco, questo è il momento. Scarica. Pensa la cosa come una specie di Guide for dummies.
Potete scaricare l’album con Mediafire qui sotto. Dentro ci sono anche un file di testo con un paio di informazioni su ogni traccia e la copertina fatta da me che mi ha impegnato non poco tempo. Quindi usa quella anche se il risultato è quel che è.

SCARICA Stephin Merrit and The Magnetic Fields – POP! In the Name of Love: Some kind of best of

Special tèncs: Questo post sarebbe stato decisamente meno decente senza la fantastica monografia scritta da Veronica Rosi su ondarock. Se volete leggere qualcosa di veramente bello sui Magnetic Fields andate lì.

P.S.: La cosa è anche un piccolo regalo a me e a byronic, con cui si parlava da tempo di un post su 69 Love Songs. Oggi è il nostro compleanno, quindi auguri!

Tracklist after the jump (ho sempre voluto dirlo!).

Leggi il seguito di questo post »


It started with a mix: Materiale per futura nostalgia

Strano quando hai un’idea, la proponi, viene accettata, e poi sei il primo a tradirla.
Quando ho proposto a Giorgio questa rubrica, col tema bello nostalgico dei nostri mixtape (compilation, nastroni o come vogliate chiamarli) pensavo mi sarei ritrovato a parlare di ricordi pesi e di gente con cui in fondo non-è-più-come-prima.
Alla fine il fatto che sia giovine l’ha spuntata e ho deciso di non lasciarmi andare alla nostalgia ché ancora non è tempo.
La nostalgia che verrà però sì. Si basa su “quei momenti privi di eventi che lì per lì sembrano soltanto un anello tra il piacere passato e il piacere futuro, ma poi si rivelano come il piacere stesso“. Il piacere di cui parla Francis Scott Fitzgerald – grazie Francis, ora puoi andare – voglio intendere sia quello di stare insieme a una persona di quelle la cui mera esistenza conferma che chi dice che una sana amicizia tra sessi diversi non può esistere è fondamentalmente un coglione – e ci spiace tanto per lui che se ne priverà per un malriposto darwiniano istinto di scopare con qualsiasi cosa abbia un buco al posto che si diverte a definire giusto. (Ma LOL!!! No. Coglione.)
Greta ha una Panda bianca e come ogni Panda che si rispetti non ha un lettore cd ma solo il MANGIACASSETTE (di questa parola e dei suoi perché ne parliamo nei commenti) di serie. Questo fatto ha la sua importanza nel contesto perché lo scoprire che è costretta a sorbirsi il rock – il “ROCK, fratello!!! (x ∞)” – di Virgin Radio mi ha mosso a compassione. Insomma, ho fatto compile a gente verso cui avevo solo un “darwiniano istinto di-” e ti pare che non la faccio all’unica persona che è capace non solo di completare le mie frasi, ma anche proprio di dirle al posto mio? No ecco, proprio no.
Listare le canzoni in fila è una cosa bellissima e piacevole se non hai il disturbo ossessivo compulsivo dell’organizzazione estrema della musica. E quindi nei mixtape non solo si guarda ai typo ma ad altre mille cose collaterali: alla fine significa consegnare un piccolo saggio sui nostri gusti (e noi siamo qualcos’altro oltre a quello che amiamo? Via al dibattito) e quello che vogliamo dire. Almeno, per me ha sempre funzionato così. Così il cd diventa una protesi di me o di quello che vorrei essere: è eclettico pur cercando di rimanere coerente, porta avanti un discorso che che spera di essere sensato e dice delle cose che spera siano capite. Non ricordo di aver fatto compilation senza in mente queste cose.
Sarà un discorso zeppo di luoghi comuni fino a questo momento quindi mi impegno di aggiungerne subito un altro: agli amici, quelli migliori almeno, non devi dimostrare nulla.1 Sto facendo una fatica immane a fare questa cassettina – in questo caso posso dire “cassettina” senza sentirmi un hipster con le false nostalgie, ma di dire “fatica” non ho nessun diritto – proprio perché stavolta non devo dimostrare nulla. Cercare di mettere da parte il discorso coerente che mi sono sempre proposto mettendo in fila canzoni non è così facile come sembra. Il primo lato, almeno quello, lo è stato: ci ho registrato il mio album preferito prima di uscire una sera che necessitava assolutamente di una colonna sonora. La playlist che ho in mente per il lato b al momento è piena solo di cose del cuore. Sto combattendo controla mia fissa per il concept per metterci dentro anche le tracce che nei loro album originari si mischiano alle successive, non sto badando al mio senso estetico che altrimenti mi direbbe che no, non ci puoi mettere una traccia così ultraprodotta subito dopo una smaccatamente lo-fi.  (“Dai, sei disposto a cotanto sacrifizio in onor del sacro legame dell’amicizia?” “Pensa un po’ che brava persona che sono”)
Arcade Fire, Bright Eyes, Sebadoh, Broken Social Scene, Built to Spill senza soluzione di continuità; e non mancheranno gli inside jokes che può capire solo lei. A questa cosa sto lavorando il meno duramente e con meno testa possibile perché le cose del cuore vanno così.
Questa cassetta spero di tenerla a volume bassissimo per ascoltare meglio quel che la sua destinataria ha da raccontarmi.

1Chi dice che questo è un luogo comune (ché poi se questi luoghi sono COMUNI.. insomma, rifletteteci) è perché non ha mai avuto un rapporto del genere; io e Greta ci dispiacciamo anche per loro.


Linking the invisible

Nonostante il villaggio globale e il cyberspazio, dove un tizio si può definire “no land’s man” con cognizione di causa, i francesi continuano a francesizzare tutto. Così computer diventa ordinateur e link diventa lien.
I Les Liens Invisibles, al secolo Gionatan Quintini e Clemente Pestelli, in quanto persone fisiche un luogo ce l’hanno (Firenze), ma la loro creatura, attiva dal 2007, non vive che sulla rete.
Il nome d’arte che hanno scelto, ma visto il caso forse dovremmo dire nickname, non è casuale; nel descriversi utilizzano i termini di “duo artistico immaginario”, un po’ forse per provocazione verso il sistema artistico non ancora pronto all’eliminazione totale della forma, del contenuto e anche dell’autore (poetica dei fluxisti, missione dei concettualisti), un po’ per autoconsapevolezza: conoscono il limite che separa la persona fisica dall’informazione pura. Avendo coscienza di qualcosa si acquistano il diritti di rielaborarlo soggettivamente: e così questi net.artists si muovono sul confine, fanno di esso il fil rouge fra i loro lavori, e ci giocano come cani che inseguono le macchine con l’unica differenza che, una volta raggiunte, sanno cosa farsene.
Gli si chiedesse quale superpotere vorrebbero avere non risponderebbero certo con quello di cui già godono: direbbero “il nostro profilo Facebook è un Mantello dell’Invisibilità lucidato per gli ospiti. E Susan Storm è su Facebook”. O almeno, questo è quello che mi piace immaginare.
I Les Liens Invisibles ci parlano delle connessioni imperscrutabili fra arte e vita, fra vita reale e vita virtuale, arte reale e arte virtuale. Hanno scelto di utilizzare come mezzo la rete, e questo di certo non giova al loro portafoglio, ma li aiuta a comunicare la loro personale Weltanschauung raggiungendo “visibilità globale dei media”1, cosa necessaria quando si utilizza un mezzo – un sito web, perché alla fine è di quello che si parla – che non è che una parte di uno spazio immaginario quindi potenzialmente infinito come la rete.

Les Liens Invisibles, Google is not the map (screenshot), 2008

Volendo parlare delle influenze e dei riferimenti culturali della loro opera possiamo tranquillamente ricondurli ad una Pop Art aggiornata al 2.0 i cui oggetti sono rielaborati attraverso un’altra tecnica tipica dell’arte e della musica, l’appropriazione (vedi postproduzione, vedi postmodernismo, vedi qualsiasi altra cosa post- vi venga in mente), la corrente di arte cosiddetta relazionale degli ultimi vent’anni; mentre i loro lavori visuali percorrono la via di un concettualismo finalmente divertente che mi ricorda quella di Gino De Dominicis.
Di seppukoo.com (2009) se ne è parlato pressoché ovunque2: lavoro che gli è costato non poche controversie legali, è un parassita che utilizza Facebook come piattaforma da cui commettere il suicidio della propria identità virtuale sul social-network stesso. A fake is a fake (2008) consente di pubblicare false notizie e articoli usando layout copiati di sana pianta dai siti di informazione più autorevoli fra cui quello del New York Times, del Corriere, della Repubblica (ho detto autorevoli? Nevermind), dell’Osservatore Romano (!!!). È facile quanto selezionare il tema per il proprio blog, promette un alto livello di potenziale divertimento e relazionalità mentre concorre alla missione degli artisti di confondere le carte in tavola dell’informazione ufficiale, un po’ come fa The Onion ma con uno statement artistico al vetriolo, forse con la FightClubistica utopia di una rinascita dopo la totale anarchia dell’informazione pura. Tra gli altri progetti, tutti comunque degni di nota e fighi quanto intelligenti, spiccano su tutti Google is not the map (2008), un sito che utilizza Google Maps per prendersi gioco delle rigide regole della cartografia come rappresentazione geometrica del mondo, rispondendo con una personale (quanto astratta) percezione, gli interventi perpetui come il loro Twitter (“silence is golden”) e il complesso The Invisible Pink Unicorn, di quest’anno, a cui forse dedicherò un post più in là.
Se tutto andrà bene verso settembre curerò una mostra collettiva per cui loro sono stati tra i primi artisti che ho avuto l’onore di contattare e insomma, se dovessi decidere i giovani italiani su cui puntare le mie dieci lire sono loro. Come ha detto molto intelligentemente uno dei maggiori esperti di net.art in Italia, Domenico Quaranta, nel bellissimo libro In Your Computer (scaricabarile gratuitamente qui), “l’arte è la prima a riconoscere un cambiamento e l’ultima a cambiare”; ecco, essendo forse troppo presto per parlare di vere rivoluzioni, speriamo almeno che ci si muova a riconoscere le opportunità che Internet ci sta dando, anche grazie a Les Liens Invisibles.

1In grassetto nella loro bio online non perché gli piaccia far vedere quanto che ce l’hanno più grosso degli altri ma perché, e soprattutto in questo caso, è ora di ammetterlo: un vero artista vuole raggiungere un più ampio pubblico possibile (poi sta a lui decidere se accettare compromessi pur di piacere oppure no).
2Qui potete trovare un’intervista agli artisti concessa per la puntata di Report del 10 aprile di quest’anno, con tema Facebook.

___

L’autore: unavoceacaso è Mattia, che esce a Varese nell’anno in cui nasce Loveless. A chi gli chiede cosa studia non sa rispondere con certezza, ma sa avere a che fare con l’arte contemporanea. Apprezza molte cose post- essenzialmente perché è una persona noiosa. Autonominatosi fan numero uno di junkiepop.com, passa ora dall’altra parte per annoiare su larga scala. Ha molteplici identità virtuali.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 63 follower