Speciale Top Mostre 2012 – unavoceacaso

Come spiegavo nel mio ultimo post, la classifica degli album 2012, questo è stato un anno che per la maggior parte mi ha tenuto occupato con quello che dovrebbe essere/vorrebbe essere/in fin dei conti é ciò che faccio: guardare l’arte e commentarla. Ma se da un certo lato il mio ruolo si è sempre “ridotto” ad un marginale (che, attenzione, rimane sempre la migliore posizione per la critica in un sistema), passivo vedere-indicare-nominare, quest’anno invece è stato caratterizzato dal sentirmi dentro la Cosa che chiamo Arte; paradossalmente, a pensarci bene, non ho mai scritto meno. Allora perché questo sentimento di partecipazione attiva? Qual è, tirando le somme, il compito di un critico? Ecco secondo me il compito di un critico è essere presente: alla produzione della Cosa e a ciò che ne sta dietro, a chi compone la Cosa e a ciò che ne sta dentro. E infine certo, anche produrre la Cosa. Per questo colgo di nuovo l’opportunità che questo blog mi da per fare qualcosa di utile e metter già un paio di pensieri su quelle che sono state, a mio avviso, le mostre più belle del 2012.

ITALIA

alberto-garuttipac-milano-11Alberto Garutti: Didascalia/Caption @ PAC Milano (16 Novembre 2012 – 3 Febbraio 2013) cur. Hans Ulrich ObristPaola Nicolin

Hans Ulrich Obrist è una specie di figura mitologica ubiqua, una specie di Steve Albini dell’arte: cura mostre e scrive libri a dozzine, compare e scompare in parti del mondo fra loro distantissime. Un tycoon senza baffi e sigaro che produce o partecipa alla produzione di buona parte di ciò che nel sistema dell’arte è definito importante.

Alberto Garutti invece è una figura mitologica personale: ho incrociato le sue opere solo in un paio di occasioni negli anni ma sentito nominare innumerevoli volte in Accademia, essendo un docente semi-idolatrato quanto temuto dai suoi studenti, molti dei quali miei amici.

La mostra è stata quindi un temuto esercizio di equilibratura tra l’esperienza mediata dei racconti che alimentava questo mito e l’esperienza diretta della conoscenza di ciò di cui si parla, esercizio che si è rivelato inaspettatamente positivo, come quando leggi un classico e capisci perché è tale. L’opera di Alberto Garutti è un sollievo per chi come me ha mal sopportato un’arte dell’impegno etico dai dubbi risvolti pratici  e dai brutti risultati estetici (ad esempio alla Biennale di Berlino di  quest’anno): Garutti crea un dialogo produttivo fra suggestioni personali, caratteri autobiografici (le cui soluzioni formali ricordano molto da vicino Alighiero Boetti, uno dei miei artisti preferiti) a una dedizione al sociale che se mira alla Rivoluzione lo fa attraverso il contatto umano con i micro-ambienti (la provincia) che hanno segnato una vita.

Didascalia/Caption è oltretutto una mostra curata da manuale, che sfrutta in modo ineccepibile gli spazi difficili del PAC, scegliendo per ogni sala i lavori più adeguati (il cui rapporto qualità/quantità è altissimo), dalla quale addirittura traggono forza.

Consiglio fortemente  a chiunque di andare al PAC prima che chiuda questa mostra di rara forza. Per quanto mi riguarda conto di tornarci con i miei genitori per, citando un amico, “spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa”.

 

RESTO DEL MONDO

DVD Dead Drop @ Museum of the Moving Image NY (16 Agosto – ?) cur. Aram Bartholl

Premessa necessaria: occorre dire che non ho visitato la mostra nel senso tradizionale del termine, e che se tenessi di più a salvaguardare piuttosto che a perdere il confine fra reale e virtuale avrei dovuto assegnare questo spazio alla bellissima retrospettiva su Hélio Oticica al Museu Berardo di Lisbona (grazie Irene per il consiglio). Fine premessa necessaria.

DVD Dead Drop è un’installazione dell’artista tedesco Aram Bartholl per il Museum of the Moving Image di New York, consistente in un foro nel muro nella quale si è invitati a inserire un dvd vuoto. Dall’altra parte un computer masterizza automaticamente sul vostro dvd dei video selezionati da Bartholl.

È un caso di importanza rara oltre che di una semplicità e accessibilità altrettanto difficili da trovare per l’arte che ha come soggetto e forma i nuovi media, di cui Bartholl è uno dei migliori portabandiera. La bellezza del progetto sta tanto nella sua efficacia ed effettiva qualità (potete vederlo voi stessi grazie a quei geni benefattori di 0-DAY ART, che hanno fatto un torrent della prima mostra) quanto nella sua replicabilità come format curatoriale che trae proprio dal binomio fisico/digitale la sua forza.

Top Albums 2012 – unavoceacaso

È stato un anno strano per me. Ad esempio non ho mai viaggiato così tanto come nel 2012. In secondo luogo, non sono mai stato così impegnato da università e progetti vari e così dentro a quello che studio e che faccio, in misura tale da sentire di far parte di qualcosa di più grande di me e di essere riconosciuto come tale. Quindi un anno importante che ha avuto come effetto collaterale aver avuto meno tempo per dedicarmi a cose altrettanto importanti (vedi: ascetismo sentimentale, assenza da questo blog). Non è stato sottratto il tempo alla musica (e questo forse mi sorprende forse no), anzi è stato un periodo segnato da una rinnovata curiosità eclettica.

Questi sono i dischi che ho ascoltato e apprezzato di più – come vuole lo spirito del gioco, senza nessuna pretesa di oggettività -con due parole ad accompagnare i più significativi.

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  1. Andrew Bird – Break It Yourself/Hands of Glory
    Un disco (accompagnato dagli outtakes e rivisitazioni del secondo) meraviglioso. Testi, arrangiamenti e melodie semplici e cristallini – qualsiasi cosa voglia dire. Ne parlai in un post a Marzo e da allora ha monopolizzato i miei ascolti. Spiace di essermelo perso un mesetto fa a Milano.
  2. The Flaming Lips – The Flaming Lips and Heady Fwends
    Non ci avrei scommesso su un centesimo, e invece funziona perfettamente. Collaborazioni perfette anche coi nomi che suonavano meno “adatti” e una coerenza invidiabile, segno probabilmente che i Flips avessero già in mente il disco prima di tutto il progetto.
  3. Godspeed You! Black Emperor – ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!’
    Definizione di hype fulminea perché inaspettato. È un disco dei GY!BE di pezzi che avevo già sentito dal vivo e che suonano ancora meglio su disco. Non poteva non piacermi.
  4. Matt Elliott – The Broken Man
    Quest’estate allo studio di registrazione della Ghost sul lago ho assistito al concerto della vita. Il cliché, che ora capisco perché sia tale, dell'”eravamo in 30″. Il lago. I pezzi migliori, i pezzi nuovi e cover di: Misirlou (sì, quella di Pulp Fiction), I Put a Spell On You e Il galeone (cantata in italiano!). Volevo che non smettesse mai. Poi smette e sfida il pubblico a ping pong dicendo “chi riesce a perdere di meno di 10 punti si porta a casa un disco” e nessuno ce la fa (“Ecco il capitano della Nazionale Cantautori Depressi” cit. dal pubblico sbigottito). L’album in sè non è dei migliori, ma è comunque un cazzo di disco di Matt Elliott. E “If Anyone Tells Me “It’s Better to Have Loved and Lost Than to Never Have Loved at All” I Will Stab Them in the Face” è il miglior titolo di tutti i tempi.
  5. Max Richter – Recomposed by Max Richter: Vivaldi – Le quattro stagioni
  6. First Aid Kit - The Lion’s Roar
    Ha segnato il lungo, lungo – lei lo sa – viaggio da casa mia alla casetta di Anita. Un bellissimo ricordo.
  7. Andy Stott – Luxury Problems
  8. Dustin Wong – Dreams Say, View, Create, Shadow Leads
  9. Fine Before You Came – Ormai
  10. Menzione onorevole: Blu & Exile – Give Me My Flowers While I Can Still Smell Them
    (Questo teoricamente è dell’anno scorso, ma è di quest’anno l’uscita fisica che contiene versioni leggermente diverse con produzioni più pulite.)

Le dieci canzoni degli anni 90 (secondo me) – unavoceacaso – 2/5

La mia lista è quella di una persona che ha ascoltato gli anni ’90 con lo svantaggio/vantaggio del tempo: alcune cose si perdono, altre restano, altre restano e vengono istituzionalizzate. Mi sono perso qualcosa? Il meglio? È probabile. Ha agito per me il filtro del tempo. Resta che ho la nostalgia di un decennio vissuto sì per intero ma non gustato coi privilegi dell’essere un adulto senziente (ma a poter scegliere mi sarei fatto bastare l’adolescente pirla) e che fare una classifica di canzoni degli anni ’90 è quasi come fare una classifica delle preferite di sempre.

10) Weezer – El Scorcho

L’inno nerd romantico definitivo. Descrive in maniera inquietantemente dettagliata una mia cotta di qualche anno fa. Qualche giorno fa l’ho rivista e questa è stata l’ultima canzone scelta dal random dell’iPod. Grazie al caso.

9) Bran Van 3000 – Drinking in L.A.

Come ha detto Davide: più anni ’90 degli anni ’90 stessi. Una delle poche canzoni che mi piacciono che mi ricordi effettivamente quel periodo. Caso vuole sia un capolavoro.

8) Belle and Sebastian – Judy and the Dream of Horses

Nel 2007 avevo una playlist bellissima per la pioggia e questa era l’ultima. Peccato non averla sentita negli anni ’90; dovrebbe essere la canzone ufficiale di un’infanzia non troppo facile: la dedico al mio me bambino/preadolescente.

7) Pavement – Here

L’indie-rock riassunto in un verso: I was dressed for success, but success, it never comes. Per imparare a fallire come i propri idoli.

6) Stardust – Music Sounds Better With You

Sono sicuro che tempo zero mi ricrederò, ma è da anni che ritengo questa canzone un capolavoro del genere che più di tutti ha influenzato la musica pop a venire. Meravigliosa, ma anche la mia scelta per importanza storica.

5) Slint – Good Morning, Captain

Di canzoni che quasi-eguaglino questa in intensità emozionale ne avrò sentite un paio al massimo, che la eguaglino o la superino mai. I miss you.

4) My Bloody Valentine – Only Shallow

Non ho amato Loveless da subito, ma dopo aver comprato un paio di buone cuffie ed essere tornato con una diversa prospettiva rispetto alla musica, è diventato subito uno dei dischi preferiti di sempre. Essendo l’album un orgasmo continuo, avrei potuto sceglierne una caso; scelgo questa per il suo potenziale epifanico.

3) The Magnetic Fields – Papa Was a Rodeo

Insieme a Judy and the Dream of Horses nella playlist della pioggia del 2007. 69 Love Songs contiene le canzoni pop impopolari più belle di tutti i tempi e racconta meravigliosamente dell’amore in tutte le sue forme. Questo è il capitolo della storia che preferisco.

2) Sigur Rós – Svefn-g-englar

A quasi pari merito con la sottostante per preferita-in-assoluto, è l’ultima canzone che ho ascoltato prima che iniziasse un periodo bellissimo della mia vita. Ágætis Byrjun è l’album che più di tutti ha spostato e dilatato la mia percezione della musica. I campanelli (?) che aprono questa canzone, ancora dopo anni, sono in grado di farmi saltare qualche battito al cuore come nessun’altro suono al mondo.

1) Neutral Milk Hotel – In the Aeroplane Over the Sea

Come ha detto colas: la mia preferita di sempre. Ed è una canzone degli anni novanta. Quindi è prima in una lista di canzoni degli anni novanta.

Genius loci e Andrew Bird

Nel giardino frontale di casa mia ci sono due pini, uno enorme e uno più piccolo, e un amareno ormai da abbattere Quest’ultimo era una volta sede della mia casetta-sull-albero, il mio regno personale di un metro quadrato e invidia di tutto il paese (in famiglia ci si ricorda ancora di quella volta che il prete durante la messa mi chiese quando l’avrei invitato a bere un caffè, e io senza mezzi termini dissi che se ci fosse salito sarebbe crollata).

Ricordo che in quegli anni alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” rispondevo senza indugi “l’esploratore”. Di fatto non esploravo proprio niente: raramente scendevo dalla casetta, me ne stavo solo lì seduto con il mio binocolo a cercare gli uccelli nei due pini di fronte. Dico “cercare” perché sai che ci sono degli uccelli, li senti, non cantano, litigano, non sai cosa si dicano ma sai che non sono belle parole, ma nel folto dei pini non riesci a vederli. Il mio “esplorare” consisteva quindi nel cercare la fonte dei suoni che sento anche da camera mia anche nel momento in cui scrivo, quello schiamazzare (creature minuscole che fanno un casino infernale, quando gli gira), che cominci a notare a primavera, che si fa più forte fino all’estate per poi diminuire d’inverno fino a farti dimenticare che ci sia mai stato, e poi ricominciare. Mi rendo conto solo ora che la mia indole di osservatore (/ascoltatore) distaccato, più che di esploratore, era chiara fin da piccolo.

Se fossi stato più versato nel fare più che nel guardare, avrei imparato a suonare uno strumento? E se avessi avuto talento, la mia musica suonerebbe come quella di Andrew Bird? Con quel cognome didascalico, il violino a imitare il volo e il fischio come il canto degli uccelli, se fosse stato mio vicino di casa l’avrei invitato sulla casetta?

Mi vengono in mente 3 dischi meravigliosi di questi ultimi anni creati sotto influsso di un forte genius lociFor Emma (2008) di Bon Iver nell’ormai leggendario capanno nel Wisconsin, Ravedeath, 1972 (2011) di Tim Hecker in una cattedrale islandese, e Break It Yourself di Andrew Bird, composto nel suo granaio.

I luoghi e i non-luoghi della nostra vita – la casetta sull’amareno, il divano sul quale sono seduto, il treno che prendo tutti i giorni – agiscono su quello che creiamo con la stessa influenza che ha il cibo che mangiamo sul corpo che abitiamo.

Difficile dire come per se stessi e impossibile tirare conclusioni per gli altri, mi limito a sognare ad occhi aperti di intervistare un granaio. Non so come descriverebbe la musica che ha ispirato a Andrew Bird, come l’ha aiutato a comporre Break It Yourself; quello che so è che questo disco folk (quindi) senza tempo, fatto di violini, chitarre acustiche e voci cristalline (insieme a St.Vincent in Lusitania, per dire), storie, grilli e fischi, accompagnerà il primo sole della mia primavera, ispirandomi in modi che non so.

Artcore: 2006 – Douglas Gordon & Philippe Parreno

Pare moda negli ultimi anni che artisti si mettano a fare lungometraggi: questo fenomeno finora ha prodotto roba del tutto trascurabile, in certi casi opere  se non altro coerenti alla poetica ma che mal si adattano al formato-film (Pepperminta di Pipilotti Rist), in altri, esperimenti di cinema artistico “commercializzabile” mal riusciti (Donne senza uomini di Shirin Neshat), che se a una cosa servono, è quella di rendere evidente la differenza fra opere d’arte e prodotti artializzati.

Tutto questo non è per, come speravate, parlarvi di Shame, omonimi di Steve McQueen e della fava di Fassbender, che non ho ancora visto, film e fava, ma per continuare la mia introduzione all’arte contemporaneissima con una delle migliori opere realizzate negli ultimi vent’anni. Vi è andata male.

Invisible Fassbender's cock

2006: Douglas Gordon & Philippe Parreno, Zidane, A 21st Century Portrait (video, 91′)

Zidane è il risultato della mente di due degli artisti più significativi  ella nostra epoca, Douglas Gordon, scozzese, e Philippe Parreno, franco-algerino. Ci siamo? Gordon e Parreno. Memorizzate per benino questi due nomi, ché se significativi lo sono davvero li vedrete sui libri di storia dell’arte dei vostri figli. (Tutto questo ovviamente in un’utopica visione del mondo dove nelle scuole Storia dell’arte NON sarà sostituita con Speculazione finanziaria).

Zidane, A 21st Century Portrait però non è SOLO un “ritratto del 21esimo secolo”, ma un ritratto di tre dimensioni: lo spazio, il tempo (sulla loro simultaneità) e l’identità.

Formalmente il film è un montaggio di sequenze con unico protagonista Zizou ripreso non-stop da 17 telecamere per tutti i 90’ di durata della partita Real Madrid – Villareal del 21 Aprile 2005. Le telecamere non lo mollano un secondo,  rendendo impercepibile lo schema globale dell’azione sul campo, ma sensibilizzando la percezione di ogni piccolo spostamento, parola (ed emozione) di Zidane.

Il lavoro, valutato con i criteri applicabili ad un film tradizionale ha chiaramente poco senso d’esserci, anche se volutamente commercializzato come tale dagli artisti che lo hanno presentato a Venezia nel 2006; l’opera si muove però in tutt’altro senso: riesce a collocarsi come un capolavoro nella poetica di entrambi gli artisti, proponendosi come una narrazione alternativa di micro-eventi simultaneamente atemporali e strettamente legati al (loro) tempo.

È a tutti gli effetti uno spostamento. Secondo il teorico Nicholas Bourriad, scopo dell’artista dagli anni ’90 si è fatto quello della costruzione di narrazioni alternative che divergano dalle narrazioni precostruite che determinano la vita di tutti. Lo spostamento si configura proprio in questa linea teorica, e si ha quando l’artista “sposta l’attenzione” dello spettatore in modo meronimico/olonimico (chiaro che ho dovuto googlarle), dal tutto alla sua parte e viceversa.

Pippone a parte, l’apporto concettuale di Gordon al film è questo: lo spostamento che effettua dalla concezione sportiva dell’insieme di gioco al singolo individuo partecipante, avendo come risultato una visione che offre possibilità di una percezione totalmente differente da quella classica della partita di calcio soprattutto in termini di tempo, come aveva già fatto tredici anni prima con 24 Hour Psycho, di cui parlerò prima o poi.

Parreno aggiunge ulteriori livelli di lettura contribuendo con discorsi sulla relatività e la simultaneità dell’identità: Zidane è mito e persona, unico e universale, ed entrambi.

I sottotitoli che appaiono in sovrimpressione durante la partita vogliono il calciatore come soggetto della prima persona singolare, ma in realtà pare siano stati scritti dagli artisti e Zidane in collaborazione (immaginatevi una tavola rotonda con Zizou in imbarazzo); tra i testi riflessioni sul tempo, sullo spazio e sull’identità che vanno a complicare il discorso sull’identità stesso: come spettatori non potremo mai sapere dove finisce la biografia e dove comincia la fiction.

Formalmente il film è una bomba: le sequenze sono bellissime, montate e girate da gente con una certa esperienza nel cinema (il direttore della fotografia fidato di Fincher e altri tecnici, gente che ha lavorato con Scorsese e Almodovar), accreditato come noise engineer c’è il Dio Irlandese del Rumore Kevin Shields che gestisce tre fonti di suono: quello del pubblico, quello dei giocatori e la colonna sonora, composta appositamente nientepopodimeno che dai Mogwai. Ma che cazzo di aria respirano in Scozia?

Dopo 90’ precisi di eyegasm, eargasm e mindgasm non mi era del tutto chiaro chi stesse vincendo o cosa di preciso avesse fatto Zidane in tutto quel tempo, ma nel frattempo avevo riconsiderato totalmente il concetto di tempo, di me stesso come persona e del mio stare nel mondo, o qualcosa del genere. Fai te.

SPOILERONE

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